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Il paese

I vigneti

La storia

Origine e nome

San Barbato, le streghe e l'albero di noci

 

 

Un paese immerso in un mare di vigneti

E' immerso in un mare di vigneti il piccolo centro di Castelvenere!

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Poco più di 2.600 abitanti che animano un nucleo urbano che sorge su un terreno fin dall’antichità abitato dall’uomo. Siamo in provincia di Benevento, nel “cuore” del Sannio, a pochi passi da ‘Telesia’, la maggiore testimonianza lasciata da queste parti dai romani. Una valle piena di viti, dunque, ma anche di storia e di sorprese.

Il paese, con il suo ricco patrimonio storico-culturale e la gustosa proposta enogastronomia si candida come tappa per interessanti week-end: il grazioso centro storico in via di recupero e le cantine tufacee, le molteplici aziende vitivinicole da visitare con tanti prodotti da assaporare rappresentano senza dubbio una valida offerta turistica. Il tutto in una zona che fa da “cerniera” tra il parco regionale del Matese e quello del Taburno-Camposauro.

Insomma...un angolo di grande suggestività ambientale, solcato dalle acque del fiume Calore, corso d’acqua verso il quale degradano dolci ed assolate colline coperte da vigneti ed uliveti.

Castelvenere confina a nord con Cerreto Sannita, a nord-est con Guardia Sanframondi, ad est con Solopaca, a sud con Telese Terme e San Salvatore Telesino, ad ovest con San Lorenzello. Il territorio castelvenere è attraversato dal torrente Seneta che scorre proprio al fianco del centro storico (fiancheggiando il centro abitato lungo l’asse nord-ovest).

Foresta, Petrara, Caselle, Marraioli, Tore, Bosco-Caldaia, Fragneto: sono solo alcune delle zone particolarmente vocate alla viticoltura. Il Comune fa parte della Comunità Montana del Titerno, ente che raggruppa tredici comuni con sede a Cerreto Sannita.

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La storia

Il territorio di Castelvenere fu ricco di vita sin dalla preistoria. Lo testimonia soprattutto la palafitta venuta alla luce nel 1898, quando in un’area di scavo di 42 metri quadrati affiorò una piattaforma lunga 25 metri e larga 14, conficcata verticalmente nel terreno, ordinati in quattro fila e distaccati 89 centimetri l’uno dall’altro. Insieme a residui di ossa di muflone, di bue selvatico, nuclei e punte silicee, furono rinvenuti anche oleari, resti di lucerne e di vasi etruschi e greci, pietre per fionda, una macina di arenaria con percussore di quarzite.

Diverse sono le testimonianze di età sannitica e romana, rinvenute in più tempi ed in aree diverse: armi, monete, materiale da sepolcreto. Di particolare interesse: una pietra tombale di età romana con iscrizione e bassorilievi di un Glirarium (vaso per ingrassare i ghiri) con le seguenti caratteristiche: Dolio fittile con fasce di rilievo ortogonali alla parete al suo interno; la parte esterna è forata a brevi intervalli in corrispondenza della superficie superiore alle fasce. Non meno importanti alcune strutture romane in località Pugliano e i resti di una villa rustica in località Parito, tutelati da vincolo archeologico. Da notare che da poco sono sotto vincolo monumentale: il Casino Cerza, le tre torri e l’arco del palazzo del borgo medievale.

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Durante il periodo feudale Castelvenere fu soggetta ai Sanframondo, di stirpe normanna, che dominarono incontrastati nella valle Telesina dal 1130 circa al 1460, quindi ai Monsorio, già presenti nella zona dal 1334. Lo storico Luigi riccardi nel suo libro ‘Telesia’ scrive a proposito: "Nel 1460 i Sanframondo… furono privati dei loro beni e mentre il contado di Cerreto passò a Diomede Carafa, nel 1479 molte terre in questi luoghi furono vendute a Giovanni Monsorio, al figlio del quale, a nome Vincenzo, il 26 febbraio 1507, con privilegio di Ferdinando il Cattolico fu accordata l’investitura, tra l’altro, del casale sancti Salvatoris, terram veneris, quartam partem casalis suripache et casale Pugliani".

 

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Origine e nome

Come scritto da padre Adolfo Di Blasio in ‘Castelvenere e la sua Parrocchia’, per risalire alle origini occorre iniziare dall'invasione dell'Italia da parte dei Longobardi, nel 568. Il loro regno durò fino al 774, ma il Ducato Longobardo di Benevento arrivò sino all'anno 1138, quando tutta l'Italia meridionale fu unificata dal re di Sicilia Ruggero IIº di stirpe Normanna. Più che un esercito conquistatore era un popolo che trasmigrava, poiché tra essi vi erano Sàssoni, Gèpidi e famiglie Danubiane della soggiornata Pannonia, povera di terre, per lo più già sfruttate dagli Ostrogoti.

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Oggi gli stessi si chiamerebbero "immigrati del Wien", o molto più semplicemente Vienesi - Viennesi, da ciò la deduzione che il nostro casale "Vieneri" prese il suo nome dal torrente Wien circa tre secoli prima che lo stesso fosse passato alla storia per aver dato il nome ad una grande città: Vienna.

Questa gente era alla ricerca di terre fertili e libere e fu per questo che un gruppo di famiglie occupò l'agro che oggi conosciamo con il nome di Castelvenere; e secondo monsignor Iannacchino quei primi abitanti si chiamarono con il nome di "Vieneri". L'etimologia del nome va ricercata nella provenienza di tali genti, che abitavano nei pressi del torrente Wien, affluente del fiume Danubio, da cui vennero chiamati "Wiener Volk", cioè gente del Wien oppure, usando vocaboli latini, "Wienei advenae" cioè oriundi Wiènei.

 

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San Barbato, le streghe e l'albero di noci

Un percorso tra storia... 

San Barbato nacque nel 602 in località ‘Vandari’. In questa zona era già sorto un cenobio basiliano (siamo in località Foresta). “Le doti di bontà e di attenzione di quei monaci che, con somma cura, cominciarono a formarlo nelle vie del Signore… E Barbato nell’ubbidienza, nel lavoro, nella preghiera e nello studio, si preparò al ministero sacerdotale” (da ‘San Barbato Vescovo’ di Giuseppe Lando – Guardia Sanframondi, 1979). Operò a Morcone, presso la piccola parrocchia di San Basilio: successivamente, accusato presso il vescovo di Telese di delitto contro il sesto comandamento, lascerà quella parrocchia. Da qui la storia della sua vita si fa tutt’una con la storia del popolo longobardo che erano scesi in Italia nel 568.

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Nel 662, il duca di Benevento Grimoaldo, eletto re d’Italia, lascia come suo Vicario in terra sannita il figlio Romualdo. La città di Benevento nell’anno 663 è cinta d’assedio dal bizantino Costante II: egli conosce l’inesperienza del giovane duca Romualdo e l’assenza del padre di costui, partito per Pavia, onde cingere la corona di re d’Italia. Romualdo, all’avvicinarsi dell’uragano bizantino, manda a Pavia Gesualdo per chiedere consiglio e soccorso al padre: nel frattempo, fortificata e presidiata bene la città, si pone alla strenua difesa. Ed è a questo punto che “emerge” la figura del santo castelvenerese: “Convertitevi, o figlioli, a quel Dio che vi ha creati – tuona – perché la vittoria è nelle sue mani”. Il duca promette che lui ed il suo popolo, una volta liberati dall’assedio, la finiranno “cogli dèi delle genti e adoreranno Lui solo”.

L’arrivo di Grimoaldo (che però finisce ucciso per mano bizantina) “libera” Benevento ed il Sannio, mentre Barbato sale sulla “cattedra” beneventana. San Barbato muore il 19 febbraio del 683. Le sue spoglie riposano oggigiorno presso il Santuario di Montevergine (in provincia di Avellino). Nella chiesa parrocchiale di San Nicola viene custodita una reliquia del santo (un pezzo dell’osso del braccio).

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...e leggenda

La vita del santo di origine castelvenerese si lega in maniera forte anche alla leggenda che ha reso famosa Benevento in tutto il Mondo: le streghe e l’albero di noce. Si vuole, infatti, che il santo abbia abbattuto l’albero di noce presso cui si ritrovavano i longobardi per espletare i loro riti pagani. E quell’albero, nel corso del XVII secolo “rifiorisce” e diventa il ritrovo delle streghe, o meglio delle ‘janare’ (‘Sott’acqua e sotto viento fino a’ noce e Beneviento’). Pietro Piperno, protomedico beneventano e autore del libro Della superstiziosa noce di Benevento (1639), fa risalire l’origine delle streghe beneventane al tempo dei Longobardi e precisamente all’epoca del duca Romualdo. Secondo quanto racconta il Piperno, i Longobardi adoravano una vipera d’oro e celebravano degli strani rituali intorno ad un albero. Durante l’assedio dell’imperatore d’Oriente, Costante, nel 663, il duca Romualdo, che stava per soccombere, accettò l’invito di San Barbato, ad allontanarsi dall’eresia per abbracciare la vera fede cristiana. In cambio di ciò Dio permise al duca longobardo di conservare il suo regno e di sconfiggere i bizantini. Sempre secondo la leggenda di San Barbato, questi fece sradicare l’albero di noce intorno al quale i Longobardi tenevano le loro feste e proibì l’adorazione della vipera d’oro grazie alla collaborazione della duchessa Teodorada . Il noce dei raduni longobardi, infestato di demoni, fu sradicato dal santo vescovo per poi “rifiorire” nelle leggende del XVII secolo.

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